A maggio del 2024, in occasione del mio compleanno, mi sono regalato una tre giorni sotto le stelle e la Via Lattea del Deserto Bianco in Egitto: reportage di un’esperienza fuori dal comune
Dormire nel deserto è di per se un’esperienza da fare almeno una volta nella vita (ma senza esagerare, direi che si tratta di una esperienza da fare almeno due o tre volte nella vita, perché dormire nel deserto è qualcosa di puro e autentico, che fa bene al cuore all’anima). Io cerco di farlo ogni anno con una media di almeno 2 o 3 volte, spaziando continuamente tra i deserti di Tunisia (qui potete leggere un mio reportage da Ksar Ghilane), Marocco, Egitto ed Emirati Arabi, anche se qui l’esperienza col deserto va fatta affidantosi a speciali tour operator locali, visto che la maggior parte delle gire nel deserto vengono fatte in accampamenti costruiti ai limiti della città di Dubai, talmente vicini da riuscire a vedere ancora le luci del Burji Khalifa.
Per il mio compleanno, il 18 maggio 2024, mi sono fatto un auto regalo che comunque ho avuto il piacere di condividere con una delle mie migliori amiche, Veronica, e con Katia, che con il suo accento veneto e il suo metro e 80 ha allietato la nostra esperienza in modo piacevole. Ho prenotato tutto tramite un mio contatto Facebook (per gli interessati, potete rispondere nei commenti a fine articolo) che aveva a disposizione una guida e un driver locale liberi per il periodo del mio compleanno. I giorni a disposizione erano tre, 16 17 e 18, perché Veronica e Katia il 19 dovevano essere assolutamente al Cairo: un vero peccato, avrei preferito trascorrere l’intera giornata del 18 maggio nel deserto, invece di dovermene andare a tarda mattinata, ma va bene lo stesso ed è stato comunque bello aspettare la mezzanotte sotto un cielo con miliardi di stelle e senza la minima luce. Il costo è stato di 400 euro diviso 3, inclusivo di pernottamenti in tenda, driver con 4×4 nel deserto e chef personale, cibo e acqua (abbiamo bevuto almeno 15 litri a testa) per il tour di tre giorni, incluso anche il trasferimento dal Cairo (ci sono venuti a prendere direttamente dai quartieri dove eravamo residenti).
Prima di raccontarvi questa gloriosa esperienza nei dettagli, alcune raccomandazioni:
- siamo andati a metà maggio, che per l’Egitto significa già estate piena, e i valori termici durante il giorno sono stati costantemente sopra i 40 gradi. Il deserto non è un luogo per tutti, se soffrite le alte temperature, pensateci bene o scegliete un periodo tra novembre e marzo per stare sul sicuro, che comunque durante il giorno vi daranno una sensazione di caldo significativo, ma molto accettabile, mentre ottobre, aprile e maggio sono mesi in cui le temperature sono alte durante il giorno;
- il deserto non va sfidato: se avete problemi di schiena o vecchie ferite di guerra, fate presente al driver di non guidare come un pazzo scatenato ed evitate di scalare dune e speroni rocciosi. Evitate di gironzolare di notte per il deserto, perché perdere l’orientamento è un attimo;
- se siete delle persone in simbiosi con il telefono, sappiate che nel 90% del tempo il segnale non ci sarà, quindi prima di partire per il grande Erg, avvisate mogli parenti e amici che potreste farvi sentire dopo 1 o 2 giorni. In realtà il segnale internet ogni tanto prendeva, ma in modo molto labile e non in grado di permettere una chiamata o una diretta live, le foto che ho scattato alla Via Lattea e che ho inviato nella chat di Astronomitaly al grido di “mi sto sentendo male” sono arrivate solo quando siamo rientrati alla base;
- in qualsiasi periodo dell’anno andiate, sappiate che se siete sotto al Sole, sentirete caldo e sarete esposti alla disidratazione e ai colpi di calore. Assicuratevi quindi che la vostra guida abbia scorte d’acqua a sufficienza, possibilmente anche con bevande zuccherate, evitate la birra (che non è facilissima da trovare nell’oasi da dove partirete per l’escursione) se siete accaldati, o rischiate di stirare. Quando siamo partiti, il nostro driver ha comprato 4 casse giganti di bottiglie d’acqua piccola e aveva con se due borse piene di ghiaccio, pensavo stesse esagerando, e invece alla fine l’abbiamo finita tutti. Io stesso sono abituato al deserto e al caldo, ho sperimentato anche i 50 gradi, ma dopo 3 giorni ho avuto un leggero collasso a causa dell’eccessiva esposizione al Sole: colpa mia, ho voluto fare il maschio alpha e sono stato sempre senza cappello (ecco, portatene uno e non fate come me, anche se avete già visitato il deserto);
- il deserto è un posto tranquillo: non credo proprio che sarete assaliti da ondate belluine di vandali che vorranno rapirvi, a meno che siate in una zona di guerra aperta dichiarata (ma quella sarebbe incoscienza). Il deserto egiziano è visitato da decine di migliaia di turisti ogni anno, i tour operator locali sono costantemente controllati e per recarvi sopra le dune di sabbia serviranno autorizzazioni (che l’agenzia compilerà per voi) quindi, siccome sento spesso dire “ma sei pazzo che vai nel deserto, metti che ti rapiscono di notte?” ci tengo molto a rassicurarvi che potete stare tranquilli;
- il Deserto Bianco è vicino a una zona militare: assicuratevi che i vostri accompagnatori abbiano una licenza regolarmente registrata e tutte le autorizzazioni, ci sono molti improvvisati che escono dalle tratte approvate dal Ministero del Turismo Egiziano, e a farne le spese sarete voi, non loro. Basta semplicemente che, quando entrate dentro l’ufficio di un’agenzia locale, ci sia il numero di licenza, date anche una controllata alle recensioni, e non dite MAI di si alle persone che potrebbero proporvi il tour a un prezzo vantaggioso. Meglio pagare un po’ di più ma fare il viaggio con spensieratezza. In Egitto questa regolamentazione di gite nel deserto ora è molto stringente, ma in altri paesi (ad esempio in Algeria, Giordania e Mauritania) troverete gente che vi porta nel deserto per due soldi e poi vi fa passare i guai. Questo punto non è per allarmarvi, ci sono gite che non potete fare nemmeno in Italia per motivi di sicurezza, ma siccome questo è un articolo sul Deserto Bianco, vale anche qui;
- se avete il mal di macchina, chiedete all’autista di non guidare veloce, anche se a volte la velocità serve per evitare che il vostro fuoristrada resti impantanato nella sabbia. E’ cosa non nota a tutti che per guidare nel deserto bisogna sgonfiare leggermente le gomme, in modo da aumentare lo spazio delle stesse e avere più superficie su cui girare, ma per evitare di rimanere bloccati è necessario guidare ad una certa velocità e non fermarsi nelle salite o nelle discese delle dune perché volete fare una foto. Il driver comunque è in genere molto esperto di queste situazioni e sarà lui stesso a dirvelo;
- in ultimo, un consiglio tecnico-organizzativo: non suggerisco di fare il tour di due giorni, in quanto per andare dal Cairo a Bawiti ci vogliono 4 ore circa, più una ventina di minuti per la sosta, quindi se partite dal Cairo per le 7-8 di mattina, arriverete comunque quasi a ridosso dell’ora di pranzo. Il deserto Bianco vero e proprio, indicato su maps come “White Desert National Park” si raggiunge dopo quasi un’ora e mezza di fuoristrada, attraversando prima il Deserto Nero e facendo alcune soste alle pozze d’acqua calda e alla montagna di cristallo, e vi assicuro che lungo il tragitto vedrete degli scenari da favola. Arrivare all’ora del tramonto, mangiare, dormire e ripartire la mattina dopo sarebbe un po’ poco, il deserto Bianco offre tantissime cose da vedere, dunque considerando che perderete due mezze giornate per andare e tornare al Cairo, meglio stare tre giorni, la differenza di prezzo è anche relativamente poca.
Fatte queste lunghe raccomandazioni, iniziamo con la descrizione della mia fantastica avventura di Maggio 2024 nel Deserto Bianco, per il mio compleanno, assieme alle mie amiche Katia e Veronica. Sono arrivato al Cairo qualche giorno prima del 16 maggio, quando fino a pochi giorni prima ero in Macedonia per uno scambio culturale, giusto il tempo di una doccia, sfare e rifare la valigia e fare alcune cose di lavoro. I primi due giorni sono trascorsi facendo esperienze che reputerei fuori dal comune, come molte cose che faccio o visito: io Katia e Veronica siamo andati al mercato dei cammelli di Birqash (aperto il venerdì mattina, solo per cuori forti) ma non era venerdì e quindi dopo un giro di una ventina di minuti ce ne siamo andati via contrariati. Ci siamo presi un the con vista canale laterale del Nilo e mercato, quando un tipo senza capelli, sui 30 anni di età, si avvicina chiedendoci se volevamo andare a casa sua per una grigliata di pesce. Nella massima tranquillità, accettiamo e passiamo la giornata in questo posto sperduto nella campagna egiziana, passando una delle giornate più spensierate e felici dopo tanto tempo. Un altro giorno passato per le vie del Cairo, alla ricerca dello scatto perfetto tra Mansheya Nasir (un museo fotografico a cielo aperto), Qarafa e Khan el Khalili, e finalmente il terzo giorno io Veronica e Katia siamo pronti per partire per il deserto, il mio elemento naturale (l’altro è quando mi aggiro per città ultra-popolate, più sono grandi e più è meglio).
Scendo dall’hotel, e nell’attesa che arrivi il driver a prendermi, mi bevo un the alla menta e faccio un po’ di compere (acqua, coca cola e bevande zuccherate in generale, pensando stupidamente che un solo litro e mezzo di acqua possa bastarmi per tutti e tre i giorni nel deserto, roba che a metà strada per Bawiti era già abbondantemente finita da un pezzo). Il nostro autista arriva, Katia e Veronica sono già dietro, mi lasciano il posto davanti perché si vergognano di stare accanto al nostro autista, che scopriamo essere soltanto il driver per questa tratta, in quanto dopo pranzo caricherà altri turisti e li riporterà al Cairo. Usciamo dal caos frenetico del Cairo, con una temperatura che fuori sfiora i 40 gradi, e ci fermiamo subito per una prima sosta in un autogrill con vista piramidi. Il nostro driver, nel tempo di 20 minuti, si fuma 4 sigarette e si beve 2 the alla menta bollenti, scambiando qualche battuta con altri driver che stanno andando al Deserto Bianco. Io mi aggiro tra i bancali delle bevande, considerando che l’acqua che avevo comprato per il deserto era già arrivata a metà, poi prendo un the alla menta anche io e mi siedo guardando il traffico di fuori. Ripartiamo e dopo una decina di minuti siamo su una strada che sembra condurre verso il nulla. Il panorama, pianeggiante e desertico, è intervallato da qualche cespuglio e da un paio di dromedari di tanto in tanto, mentre sull’orizzonte si stagliano le figure di alcuni dust devil. A metà strada finisce l’acqua, e io piombo in una sorta di coma farmacologico, addormentandomi direttamente sopra la bocchetta dell’aria condizionata, mentre le mie amiche già dormono profondamente da quando avevamo lasciato il Cairo.
Mi risveglio una trentina di minuti prima di arrivare perché il nostro driver prende un dosso in modo abbastanza energico. Imprecando, mi rialzo e guardo fuori dal finestrino: fuori l’aria sembra prender fuoco, mentre la strada è piena zeppa di camion che sembrano trasportare ferro o carbone. Il panorama diventa improvvisamente lunare, con la sabbia/terra che assume una colorazione grigio topo, a tratti nero pece, mentee in fondo si vedono le rovine di qualche antico insediamento. Osservo fuori con gli occhi sbarrati, io sono fatto per vivere emozioni di quel tipo, considerando che siamo diretti verso il deserto, il luogo che più di ogni altro mi calma corpo e mente. Gli ultimi minuti si torna a vedere un po’ di civiltà: iniziano a comparire una rotonda, delle persone, dei mercati, alcuni negozi e un po’ di abitazioni. Usciamo dal villaggi di Bawiti per dirigerci in una strada polvorosa, e dopo poco parcheggiamo nel cortile di una casa, con un paio di cani scodinzolanti che ci vengono a salutare. In questo alloggio, in cui vengono anche affittate delle stanze, faremo il nostro primo pranzo, mentre Mohammed, la nostra guida, sta tornando da un altro tour. Ci viene dato da mangiare riso, pollo, insalata con pomodori, foul, Aish baladi (le tipiche pagnotte egiziane) e tahina, più una bibita gassata e dell’acqua. Con la pancia piena, iniziamo a caricare i telefoni e io mi sdraio all’ombra, ma in quel momento arriva Mohammed.
Carichiamo gli zaini e siamo subito pronti per partire: prima sosta in un negozio alimentare, poi si sale al castello, da cui si gode di una vista a 360 gradi sul villaggio di Bawiti e sulla terra arida color avorio. In lontananza, il deserto. Scendiamo, percorrendo una strada con una ripidissima pendenza, e ci dirigiamo verso il Deserto Nero, dove c’è la tomba di un soldato inglese e la montagna di cristallo. Percorriamo una strada con delle piccole dune di sabbia accumulate qua e la, superiamo piccole collinette cosparse di roccia nera che sembrano dei piccoli coni vulcanici. Dopo circa 50 minuti giriamo e ci addentriamo nel deserto: prima tappa, la montagna di cristallo, dove raccogliamo (senza portare a casa, non fatelo) e osserviamo cristalli che in alcuni casi sono lunghi anche 30-40 centrimetri, altri invece piccolissimi, sembrano quasi delle piccole conchiglie su una spiaggia caraibica.

Ci fermiamo alla montagna di cristallo e facciamo raffreddare il motore esausto – foto di Leonardo Orlandi
Ripartiamo dopo circa 30 minuti, il tempo di far abbassare la temperatura del motore, dato che la lancetta si era alzata vertiginosamente (temperatura di 44 gradi, ma secco), ripartiamo direzione deserto vero. Superiamo una serie di costoni rocciosi affilati come rasoi, altre piccole montagnette dolcemente levigate dall’erosione, facciamo alcune soste panoramiche per fare foto e bere acqua come dei cammelli, e infine un paio d’ore prima del tramonto ci fermiamo per accamparci. Le nostre due guide, Mohammed e un suo amico che è secondo pilota e cuoco, si parlano molto tra di loro, cercano di farci divertire accelerando sopra le dune e sterzando al ritmo di musica araba (facendomi cadere il telefono diverse volte, per fortuna sempre dentro l’auto) ma non sembrano voler socializzare con noi. Sono gentili, ma forse sarà l’abitudine di avere tanti turisti di passaggio (un peccato, visto che Veronica e Katia parlano fluentemente l’arabo, quindi si potrebbero intavolare delle conversazioni). Montiamo la tenda, accendiamo il fuoco e ci facciamo due passi per vedere il tramonto, che è uno spettacolo della natura, mentre la cena arriverà ben oltre l’orario del tramonto. Era tutto buonissimo, anche se resto sorpreso che ci viene dato da mangiare dopo 3 ore, ma hanno cucinato con grande professionalità ed era tutto buono.
Iniziamo a osservare le stelle, ma il periodo scelto, come nel caso della Tunisia, non è dei migliori: la Luna è in fase crescente al 50% circa, e con la sua luce solitaria ci abbaglia come fosse un gigantesco faro, permettendoci di aggirarci nei pressi del campo senza dover usare la luce del telefono o le torce. Il profilo delle colline bianche si staglia maestoso davanti a noi, mangiamo, ci stendiamo raccontandoci degli aneddoti, mentre le nostre due guide si ritirano a vita privata, non prima di averci dato “i nostri alloggi”, ovvero due piccole tende da campeggio. Mi sarei aspettato di dormire nella tenda principale che avevamo montato, ma quella si rivela essere la cucina da campo e la tenda delle nostr due guide, forse per motivi religiosi loro due non dormono con due ragazze, è comprensibile. Montiamo le tende, che sotto il chiarore di Luna non facciamo fatica a montare, e punto la sveglia alle 3 di notte. La Luna tramonterà verso l’una circa, ma ancora per due ore il chiarore proveniente da sotto l’orizzonte sarà piuttosto invadente da rovinare lo spettacolo celeste.

Prima della tempesta di sabbia, la Via Lattea era addirittura accennata ma visibile con Luna al 40% alta nel cielo! – Foto di Leonardo Orlandi
Proprio nel momento in cui abbiamo finito di montare le tende, il deserto decide di ruggire improvvisamente: inizia una tempesta di sabbia e vento così violenta da spostare la mia tenda di alcuni metri con me dentro, andando a sbattere con quella delle ragazze. Ho la sensazione di iniziare a decollare da un momento all’altro, così esco fuori durante una pausa di vento e prendo due pesanti scatoloni di attrezzi che le due guide avevano lasciato fuori, in modo da aggiungere ulteriore peso. Faccio appena in tempo, visto che la mia tenda stava letteralmente decollando. Per oltre un’ora il vento ulula impetuoso, spezzando addirittura (così mi pareva) gli assi che sormontano la mia tenda, e praticamente sono costretto a dormire (o almeno tentare) con gli assi superiori della tenda che mi sbattono addosso. Non mi sono mai trovato in quella situazione, ammetto che per qualche istante ho avuto il timore che la situazione potesse passare da qualcosa di divertente a qualcosa di meno comico. Non si sa come, mi addormento in quello stato.
Alle tre spaccate mi suona Cotton Eye Joe, la sveglia, e ancora mezzo addormentato apro la tenda, sbattendo la testa sul tetto ormai mezzo distrutto. Ciò che vedo è lo spettacolo più bello, forse, della mia vita. Il primo pensiero è quello di iniziare a urlare le prime cose che mi vengono in mente, sveglio le ragazze, scuotendo la loro tenda in preda all’emozione purissima. Inizialmente non sembrano molto felici della mia sveglia, ma aprono la zip e si ammutoliscono improvvisamente. Lo spettacolo è da togliere il respiro, il vento si è calmato improvvisamente. Una strana luce sembra essere comparsa dall’altro, poi mi rendo conto che muovendo le mani, si genera l’ombra al suolo: sono gli effetti di un cielo di categoria Bortle 1, la scala della brillanza che va da 1 a 9, di cui 1 è il valore migliore per l’osservabilità della Via Lattea (mare aperto, deserto, luoghi completamente dispersi nel nulla) e 9 è il valore nel centro delle più grandi metropoli mondiali. L’adrenalina è talmente elevata che, nel tentativo di scattare una foto, mi cade la macchina fotografica nella sabbia. Censuro la mia reazione. Soffio, per fortuna la mia xt3 è una roccia, e cosa più importante, è molto migliore della sony a7iii.
La Via Lattea sopra di noi è sontuosa, senza dubbio la più bella che abbia mai visto, molto meglio di quella volta nel deserto tunisino ad agosto 2023, sempre con Veronica. Riconosco subito che questo è senza dubbio il punto migliore da cui l’abbia osservata, ancor meglio di quando ho dormito nella yurta in Uzbekistan, nel Karakalpakstan, meglio ancora di quando ho attraversato il Mediterraneo da Tunisi a Roma, o della certificazione di Tenuta delle Ripalte tra i Cieli Più Belli d’Italia.
Tuttavia, ci sono tre cose da dire: la prima è che la tempesta di sabbia di poche ore prima aveva alzato una quantità assurda di polvere, e a differenza di quando ero in Tunisia, la Via Lattea non si estende fino all’orizzonte perché i bassi strati sono impregnati di sabbia e polvere. Questo genera il secondo problema, ovvero che la sabbia in sospensione si “deposita” sopra la cittadina di Farafra, distante ben 40 km, eppure abbastanza visibile da creare un alone giallo che neanche in post produzione sono riuscito a eliminare. La terza, è che anche se la Luna era tramontata da delle ore, la sua luce continuava in minima parte a inficiare la qualità di osservazione della Via Lattea, quindi pensate come possa essere questo posto senza sabbia e in un contesto di totale Luna Nuova. Sembra assurdo, ma tutte le numerose volte che sono stato nel deserto ho scelto accuratamente dei periodi poco adatti, questo anche perchè io e Fabrizio,nei periodi di Luna Nuova, siamo spesso impegnati per lavori di certificazione. Eppure un giorno riuscirò ad arrivare senza Luna, possibilmente tra maggio e agosto, quando il cuore della Via Lattea, tra Scorpione, Ofiuco e Sagittario, è meglio visibile già da orari più umani rispetto alle 3 di notte.
La mia finestra temporale per fare foto è breve, appena un’ora e mezza prima che inizi il primo albeggio. Sono tentato dal fare un timelapse, ma senza cavalletto la fotocamera è instabile sopra gli scatoloni. Provo a fare un 180 gradi, ma sbaglio le misure (sono scatti da studiare e preparare per tempo) e mi arrendo subito. Faccio un po’ di foto, Veronica me ne chiede altre, mentre Katia si addormenta una decina di minuti dopo essersi svegliato. Come imbambolato, resto a fare foto e osservare le stelle per circa due ore, fino al primo albeggio, poi decido che è l’ora, e proprio quando inizia la fase di aurora, crollo dal sonno, addormentandomi sopra la macchina fotografica e lasciando il telefono di fuori.
Il risveglio avviene verso le 8. Anche se ho dormito poco, scatto subito fuori appena sento il profumo di the e datteri. I nostri due accompagnatori, sempre gentili, iniziano ad essere gradualmente sempre di meno parole. Smontiamo e ripartiamo. Facciamo numerose soste lungo il tragitto, non mettiamo mai le ruote sulla strada asfaltata. Facciamo sosta prima in un’oasi dove in teoria ci sarebbe una fonte d’acqua, ma i dromedari si sono bevuti tutto, e quindi niente piedi a mollo. Verso le 12 ci accampiamo in una vallata dove c’è una targa delle Nazioni Unite con dei nomi in italiano. Ci stendiamo e mi addormento su quella che scopriamo essere la nostra tovaglia, ma nessuno sembra farci caso.
La temperatura del telefono sale vertiginosamente, così accendiamo l’aria condizionata della nostra jeep nel tentativo di non farlo esplodere, più che altro perché era pieno zeppo di video e foto. Dopo circa un’ora e mezza arriva il nostro cibo, tra carne speziata, pasta, tonno, olive, formaggio, insalata di ogni tipo, patatine, chips e un piatto di cui non ho mai capito il nome. Ripartiamo, cercando di rincorrere un gruppo di dromedari assetati, ma sono animali molto diffidenti e scontrosi, per nulla amichevole, e non si lasciano avvicinare da noi. Dopo un po’ facciamo un’altra sosta in un’oasi, che scopriamo essere il loro punto di riposo e di connessione internet. Dopo oltre 24h di assenza totale del segnale, riesco a ricevere dei messaggi dal mondo civilizzato, ma il segnale non mi fa mandare gli scatti fotografici eseguiti nella notte alla Via Lattea. Il vento diventa nuovamente impetuoso, le raffiche alzano turbinii di polvere e sabbia, in lontananza compare un grosso tornado-dust devil che si dissolve nei nostri paraggi.
Ripartiamo a metà pomeriggio, in quel momento della giornata in cui la sabbia inizia a brillare dei colori dell’oro e arrivano i primi inizi della golden hour. Superiamo alcune dune, quando compaiono delle rocce bianche e levigate, con attorno dei piccoli avvallamenti sabbiosi. Ne superiamo uno, poi un’altro e un altro ancora, passandoci vicinissimo. Stiamo entrando nel Vero Deserto Bianco, quello che tendenzialmente viene fatto vedere in un tour di una sola notte, mentre noi nelle 24h precedenti avevamo visto una marea di cose di rara bellezza. Le raffiche raggiungono velocità tali da rendere difficoltosa la camminata contro-vento.
Arriviamo in cima a una collinetta, da cui si vede quello che potrebbe essere il panorama del Medio Oriente della vita: centinaia di guglie, alcune levigate, alcune no, si stagliano a 360 gradi. Rimaniamo il tempo di fare qualche foto e qualche video, e poi iniziamo la discesa, avvicinandoci alla famosa roccia a forma di coniglio e all’altro monolite gigantesco, che si trova in prima pagina su ogni depliant, di una gigantesca roccia bianca che si erge sopra uno stelo sottile. Attraversiamo rapidamente la pianura, superando rocce affilate come rasoi e dune più docili. Mohammed, il driver, va troppo veloce e quasi la fotocamera (di nuovo) mi finisce di sotto. Parcheggiamo nei pressi del famoso monolite con sotto una roccia dalla forma di pulcino, poi ci spostiamo di un altro paio di chilometri, arrivando a una tenda.
Anche in questo caso, la tenda montata non sarà il nostro alloggio ma la cucina da campo e la dimora di Mohammed e del cuoco-copilota, di cui non ho ancora capito il nome. Il vento arriva a strappi, impossibile stare fuori, così iniziamo a riposarci dentro la tenda, mentre i ragazzi cucinano con la loro consueta calma, ma sappiamo che avremo l’acquolina in bocca perché sono stati molto bravi. Alle 19 il vento crolla di colpo, ma da un momento all’altro. Mi affaccio di fuori, vedendo una enorme nube di sabbia, simile a quella che si vede nei documentari ma meno densa, allontanarsi verso Sud. Usciamo e iniziamo a sgranchirci le gambe, arrampicandoci su uno dei monoliti più vicini per vedere il tramonto. Salendo, mi cadono entrambe le infradito, così devo fare tutto il percorso a ritroso sotto piccole rocce taglienti. Avevo pensato di salire lì sopra per la seconda notte di astro-fotografia, ma se le condizioni sono queste, decido di desistere. Accendiamo il fuoco e distendiamo una serie di tappeti e cuscini attorno ad esso.
E’ buio pesto quando ci viene data la cucina, poi cuciniamo anche dei marshmallow al fuoco, piccoli gesti che ti fanno capire quanto stanno attenti al piacere dei propri ospiti. Io e Katia azzardiamo uno dei motivi del loro silenzio nei loro confronti, e la motivazione a cui sembra concordare a entrambi è che per motivi di religiosità e timidezza, sono poco inclini alla socializzazione. Peccato perchè sono sempre contento di conoscere qualcuno che il deserto lo vive ogni giorno, e non ogni tanto come me. Montiamo le tende e andiamo a dormire, la sveglia questa notte suonerà ancora più tardi, alle 3.45.
Stranamente non sono io a svegliarmi, ma è Veronica a farlo, che mi prende a calci la tenda per farmi alzare. Mi sveglio di colpo, temendo un attacco belluino o un’altra tempesta di vento, uscendo fuori e scoprendo che la Via Lattea era sorprendentemente bella e nitida, anche meglio di quella della notte precedente. Do uno sguardo al telefono e mi rendo conto che Veronica mi aveva svegliato prima delle 3, troppo presto per avere una nitidiezza impeccabile della Via Lattea. A differenza della notte precedente, la Luna era al primo quarto, ed è tramontata 45 minuti più tardi, quindi l’alone lunare, anche se da sotto l’orizzonte, inficiava ancora la qualità della volta celeste. E’ assurdo comunque che io sia stato nel deserto una dozzina di volte, ma sempre in periodi di Luna crescente, Luna Piena o, come nel caso di Wadi Rum o deserto emiratino, in periodi in cui la Via Lattea era bassa e il centro galattico poco visibile.
Veronica prima mi fa gli auguri (mi ero dimenticato che fosse il mio compleanno, io detesto il giorno del mio compleanno, e sono andato nel deserto anche per non dovermi sorbire la lista di auguri di gente che sento una volta l’anno o verificare chi si è dimenticato di farmeli, facendomi il sangue amaro) e poi mi chiede, come di consueto, le foto sotto le stelle. Rimedio lo stesso scatolone usato la notte prima in sostituzione dell’assenza di un cavalletto e faccio qualche foto. Katia sta dormendo, ha ritenuto sufficiente l’osservazione della notte precedente, dopotutto non tutti hanno la stessa passione che magari ho io nelle stelle, ed è sufficiente dare uno sguardo più veloce, ma l’importante è darlo e non dimenticarsi mai che quello che si vede nel deserto egiziano, in Italia lo stiamo perdendo a causa dell’urbanizzazione estrema e dell’inquinamento luminoso selvaggio.
Rimango in osservazione religiosa della Via Lattea per un’oretta circa, durante il quale riesco ad agganciarmi qualche minuto a una fugace ondata di connessione internet. Veronica mi dice che in questo luogo si vede meglio la Via Lattea rispetto alla sera precedente. Non sono molto d’accordo, o meglio, sicuramente c’è meno sabbia in cielo e l’aria pare essere più limpida, malgrado il vento abbia alzato poveroni altissimi fino a tarda sera. Ma bisogna riconoscere che c’è un 10% di luminosità della Luna in più, e inoltre la sera precedente, in un punto indefinito del deserto che non saprei mai e poi mai ritrovare sulla mappa, ho visto la Via Lattea in un modo davvero strano. All’inizio non era neanche lontanamente la migliore mai vista, c’era troppa sabbia e l’aria era “sporca”. Ma quando mi sono alzato e allo zenit ho visto una enorme macchia bianca, non ho avuto dubbi. Giustamente lo faccio di lavoro, e ho riconosciuto la potenzialità del luogo, pur con agenti atmosferici non a favore. Ma io una Via Lattea che facesse ombra al suolo dallo zenit non l’avevo mai vista. Dopo 20 minuti i venti da Nord hanno spazzato via parte della sabbia e della polvere, e i colori sono esplosi, rendendo chiara la qualità della Via Lattea, ma ormai Veronica era andata a dormire.

La sabbia sollevata dal vento del pomeriggio amplifica le luci sopra il villaggio di Farafra – foto di Leonardo Orlandi
C’è qualcosa di estremamente magnetico nel deserto e nella Via Lattea in luoghi simili. La prima differenza è l’assenza totale di suoni. Ho visto una bellissima Via Lattea nelle Filippine, a El Nido, ma era costante il rumore delle onde e il canto di qualche rapace notturno. Tutto magico, ma a modo diverso. Nel deserto invece, tranne il suono del vento, non senti niente! Poi osservi il cielo e quello sembra urlare. Per quanto il cielo di El Nido o del Karakalpakstan in Uzbekistan fosse straordinario, c’era sempre qualche lucina o qualche casa in lontananza che deturpava quel tanto che basta per darti l’idea di essere in un posto dove si vede la mano dell’uomo. Nel deserto no, ti rendi conto di essere nel nulla cosmico, solo tu e la volta stellata, che da l’idea di poterti crollare addosso. Ed ecco che, alla fine di questo lungo articolo, ribadisco ancora una volta che queste esperienze potete leggerle, ma non capirete mai cosa può essere dal vivo. Passate una o due notti nel deserto, vi cambierà la vita e sarà una delle cose più belle che farete, garantito. E se non vi piace il deserto, potete farlo in montagna o in qualche atollo, basta che non si percepisca la mano dell’uomo, solo così vedrete Madre Natura in viso e sarete veramente liberi e in pace con l’ambiente circostante.













